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Un testamento

  • 25 ago 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 set 2025

Non sto qui a spiegare che cosa siano i #venti in questo piccolo libro di Mario Vargas Llosa, scrittore potente, premio Nobel nel 2010.

Durante la lettura, e alla fine, ero disturbata, disgustata e anche un sdegnata, mi infastidiva che si potesse scrivere di certi argomenti in maniera tanto esplicita, senza vergogna né pudore. Non mi stavo divertendo affatto, benché avessi letto recensioni che definivano questo libretto postumo, di neppure 100 pagine - quasi un racconto lungo - addirittura divertente.

E infatti non lo è. È brutale, crudo, senza veli, ti sconvolge, molesta i pensieri, resta nel cervello e torna con le immagini che vorresti si allontanassero, ma come facciamo ad allontanare la nostra vecchiaia, la decadenza del fisico, la solitudine dell’uomo e delle città, la morte.

 

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Il romanzo è ambientato in una #Madrid surreale. Il protagonista, un uomo anziano, #centenario, partecipa a una manifestazione contro la chiusura del cinema Ideal, una delle ultime sale rimaste attive in città, insieme al suo amico Osorio, non amico storico, ma forse l’unico rimasto (“Non so da quanto ci conosciamo; in ogni caso non dalla gioventù. La palude cisposa della mia memoria mi dice che è successo soltanto venti o trent’anni fa”).

Dopo la manifestazione perde la strada di casa, non ricorda più il suo indirizzo e vaga per la città, smarrito, terrorizzato, sporco.

È uomo senza #memoria, che ricorda appena i genitori e non sa se ha avuto fratelli, che conserva solo il nome della moglie, lasciata molti anni prima per una donna di cui, invece, ha dimenticato tutto.

Lo seguiamo, privo di documenti, in un pomeriggio di peregrinazioni senza meta, seguiamo la sua angoscia nel leggere le targhe coi nomi delle strade che non gli portano nessun ricordo di quella di casa. A Puerta del Sol non riconosce nulla, si siede sul bordo della fontana cercando nella memoria l’indirizzo di casa, nelle sue ruminazioni mentali ancora sul presente, e il passato che gli sfugge e i quadri da guardare sui computer, e i musei che riducono le ore di apertura, e prima o poi si bruceranno tutti i dipinti per ragioni di salute pubblica, e spera di non esserci più, e il franchismo, e i bambini non sanno più che cosa sono i caleidoscopi, e che schifezza mangiare e bere di questi tempi, e i vegetariani e chi disprezza il sesso. E Dio è morto e la Chiesa cattolica ha formato il proprio certificato di morte quando ha cominciato a modernizzarsi.

Si addormenta sul praticello dei giardini del tempio di Debod e poi di nuovo al tramonto.

La troverà la strada di casa, dopo averla cercata tutto il giorno, calle de la Flora al n. 1, che poi è una stanzetta con un bagno nel sottotetto di un condominio.

Non è questo l’epilogo, che qui ometto.

 

La decadenza fisica dell’uomo, descritta in maniera spietata, è forse metafora delle sue idee obsolete, dei sogni, le nostalgie, la rabbia per un presente che non comprende: biblioteche chiuse, film negli schermi piccoli, la digitalizzazione, libri non cartacei, da consultare comodamente su uno schermo, libri commissionati al computer, unico romanziere ancora in vita su questo pianeta (“Chi avrebbe preso sul serio un romanzo costruito da un computer secondo le istruzioni del cliente? Voglio una storia ambientata nell’Ottocento, con duelli, amori tragici, un po’ di sesso, un nano, una cagnetta Cavalier King Charles e un prete pederasta. Come quando si ordina un hamburger o un hot dog, con la senape e molto ketchup”).

O invece quella #decadenza fisica è proprio metafora del mondo, certo migliore di quello della sua gioventù, ma comunque incomprensibile, cattivo, simbolo del progresso, dei massacri, della scomparsa della cultura.

 

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Così, dopo aver deciso che questo libro era terribile, ho visto un testamento e mi sono accorta di averlo amato, nella necessità del suo monologo interiore, nel suo dolore, nell’ironia della critica sociale.

Nel dovere dell’ #amicizia che accompagna e consola ogni età (“Osorio dev’essere l’ultimo amico che mi è rimasto”. Si telefonano tutti i giorni, per sapere se sono ancora vivi e per prendere un caffè. Tutti i giorni, “abbiamo l’accordo di chiamarci ogni mattina per verificare se uno dei due ha lasciato questo mondo nel sonno e comunicarlo alle autorità per essere cremati e sparire del tutto”).

Nel peregrinare senza senso e senza meta verso un destino di decadenze, personali e collettive, nell’urgenza, e nella fatalità consapevole, irrispettosa, di cercare e accogliere la #morte.

 

 

Mario Vargas Llosa, I venti, Einaudi, 2025

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2 commenti

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Ospite
27 ago 2025
Valutazione 5 stelle su 5.

Grazie Daniela, interessante la tua recensione.

Sarei molto tentata , ma l' argomento mi spaventa moltissimo.

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Ospite
25 ago 2025

Grazie Daniela, lo leggerò...

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