le ragioni
- 2 giorni fa
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PER QUALI RAGIONI NON HO SCRITTO QUESTO LIBRO
1) Per vincere il premio Strega. Tanto una piccola casa editrice non lo vince, lo sappiamo, e poi ti immagini?, chi è questa, da dove esce, ancora queste storie, non l’avevamo già detto? Meglio una vita tranquilla.
2) Per fare soldi e lasciare l’attuale lavoro. Ma i soldi non si fanno. Anzi, per portarlo in giro, i soldi ce li metto.
E poi nessuno vive di scrittura. Pochi, diciamo, e questo non è libro da farci una serie, non ha spin-off, non ha sequel, non ci sono assassini e commissari (anche se adoro scrivere di assassini e commissari).
3) Per acchiappare lacrime. E poi lacrime, in questo libro, non ce ne sono, manco una, tutt’altro, termini volgari sì, che, diceva mia madre, divento sempre più sboccata.
4) Per scrivere un’autobiografia. Ovvio, qualche spunto c’è, ma un numero inimmaginabile di testimonianze e di racconti altrui messi insieme negli anni ha costruito una storia a più voci, collettiva. Le autobiografie possono essere considerate universali? Può la vita di ognuno diventa diventare quella di ognuno? Un tema che ho già affrontato, e credo che quando si eleva dal singolare, quando non è sfogo e diventa corale, senza tempo, senza luogo, non è più racconto di sé ma racconto dell’Uomo, e, come scriveva la Ernaux, supera i confini dell’esperienza individuale, una storia singola può trasformarsi in storia collettiva.
La scrittura nasce dal vissuto personale, ma non sempre rimane soltanto un io privato: può diventare strumento per leggere un’epoca, una classe sociale, le trasformazioni culturali e politiche di una società.
5) Per farne combustibile da camini come l’amico Pepe Carvalho, anche se potrebbe servire, non si sa mai (e comunque prima o poi dovrò iniziare a farlo, ma con i libri degli altri).
PER QUALI RAGIONI HO SCRITTO QUESTO LIBRO
1) Per raccontare una storia, di scelte e di ricordi. Il prodotto più naturale della scrittura, una storia.
2) Per fare una denuncia, alzare la voce, muovere un’accusa: la cronaca di un’accusa, forse mi è rimasta l’anima da giornalista. Da tempo l’avevo in mente, e non poteva capitare in un momento migliore, un periodo in cui vescovi installano e fanno suonare campane di bambini non nati, il papa rilascia dichiarazioni inquietanti, in un momento di furto di leggi, di abrogazioni a sorpresa, modifiche notturne, manovre dei difensori di morale e patria.
Vorrei che questo libro si leggesse, niente altro, che si sentisse la voce.
3) Per tentare una difesa di quelle leggi. Un atto politico in forma narrativa. Perciò ho messo Gramsci nell’esergo:
“Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale, che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e vedere la realtà”.
(Antonio Gramsci, Arte e lotta per una nuova civiltà, Q.VIII)
4) Per affrontare un argomento scomodo, imbarazzante, disturbante. Così ho adeguato anche il linguaggio, a tratti volgare. Ho scritto come mi veniva.
Sempre sboccata, e adesso pure per iscritto, avrebbe detto mia madre se avesse potuto leggerlo.
È stato divertente.
5) Per farne combustibile da camini come l’amico Pepe Carvalho, potrebbe servire, non si sa mai (e tanto prima o poi dovrò iniziare a farlo, ma con i libri degli altri).
6) Per parlare di donne senza figli.
7) Per esplorare il limite on/off dentro la vita di ciascuno, i momenti in cui le cose cambiano, e contare quanti ce ne sono, nella vita di ciascuno.




Daniela non sei mai sboccata e a volte anche qualche termine unmpompiu crudo e meno convenevole può essere utile . Brava come sempre