Se l’autobiografia diventa Universale
- 16 giu 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 23 giu 2025

Regalo di Natale letto in ritardo, libro grosso (poco più di 400 pagine che promettono respiro e compiutezza), copertina in brossura lucida dorata - strana scelta per i contenuti - libro morbido, e la carta grossa da consolazione di libro. Un’opera gigantesca, una scrittura potente nella sua linearità.
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Mi chiedo, leggendo l’opera di Tove Ditlevsen, #Trilogia di Copenaghen, quand’è che un’#autobiografia diventa letteratura e quando può essere considerata universale.
Quando si eleva dal singolare, quando non è più sfogo e diventa corale, senza tempo, senza luogo, non è più racconto di sé ma racconto dell’Uomo.
Sembrerebbe più semplice quando l’autobiografia vuole essere denuncia, quando scava nel sociale.
Se invece è soltanto cronaca dell’anima, resoconto di un dolore senza apparente motivazione?
Che quella della Ditlevsen sia letteratura non vi è dubbio: nella prefazione di Claudia Durastanti l’opera della scrittrice è inequivocabilmente dichiarata poesia e “grande letteratura” (che non deve arrivare a tutti, si legge, peraltro, a volte può arrivare soprattutto a persone che hanno attraversato ogni tipo di ferita, meravigliandosi della propria capacità di resistere, di tornare e di tentare un’impossibile felicità).
Ma come si diventa #universali scrivendo la propria storia? Come la propria storia diventa #Universale staccandosi dal particolare?
Me lo chiedo, ed è un tema che impegna molto, su cui tanto si scrive e si discute.
Esiste una pratica autobiografica, e anche una tecnica, da studiare e approfondire.
La trilogia è un esempio, un testo di pratica, per la questione che su cui da tempo mi interrogo.
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Tove Ditlevsen nasce a Copenaghen nel 1917 e trascorre infanzia e adolescenza nel quartiere popolare operaio di Vesterbro, figlia di un intellettuale socialista, letterato mancato che vive di lavori saltuari e sottopagati.
La piccola Tolve eredita dal padre la vena creativa. All’età di dieci anni scrive poesie, a venti pubblica la prima raccolta di versi.
Nel 1947 esce una raccolta di poesie Blinkende Lygter che le consente una discreto successo, tanto che la casa editrice Danish Broadcasting Corporation le commissiona un romanzo, pubblicato nel 1954, Abbiamo solo l’un l’altro, trasmesso anche in radio in diverse puntate.
Tove Ditlevsen riesce dunque a vivere di scrittura e di giornalismo sin da giovane: entrata nel canone letterario danese, è autrice di 29 romanzi, alcuni dei quali ancora studiati come libri di testo nelle scuole danesi, di poesie, racconti, saggi, libri per ragazzi.
Nel corso di tutta la sua vita adulta, Ditlevsen lotta contro la depressione, la dipendenza da alcol e droga. Quattro matrimoni, quattro divorzi, e i ricoveri in ospedali psichiatrici sono spesso tema dei suoi scritti maturi.
Muore suicida nel 1976.
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La #Trilogia di Copenaghen, tradotta all’estero soltanto recentemente, si divide in tre sezioni, tre momenti della vita dell’autrice, l’Infanzia, la Gioventù, la Dipendenza.
Forse il primo capitolo è il più grave e racconta la ferita più profonda della scrittrice:
L’#infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli. È sempre presente, tutti la vedono con la stessa chiarezza, allo stesso modo in cui è visibile il labbro leporino di Ludvig bello.
(…)
All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore. La si sente sugli altri bambini o ognuno ha un aroma tutto suo. Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello degli altri.
(…)
L’infanzia va patita e superata con fatica, ora dopo ora, per un inconcepibile numero di anni. Solo la morte può liberarcene, ecco perché pensiamo tanto a essa, immaginandola come un angelo biancovestito e gentile, che una notte ci bacerà le palpebre affinché non si aprano mai più.
Tove è una bambina infelice e in lei si preannuncia una donna infelice. Il suo dolore pare non abbia ragione evidente o almeno non talmente grave da giustificare il pessimismo senza speranza che si snoda su #Istedgade, la strada dell’infanzia, che pure le sembra calda e luminosa, festosa ed entusiasmante.
Il futuro le appare come un colosso spaventoso e strapotente che, è certa, la soffocherà.
È durante l’infanzia che sviluppa l’amore per la poesia e per la scrittura, non potrebbe farne a meno, affermerà nel corso del libro e della vita, l’unica consolazione, l’unica fonte di benessere. Benché la questione appaia complicata, quasi impossibile: in famiglia le danno poco credito, prova a chiedere aiuto a qualcuno del settore, ma troppo presto, considerata l’età. Il redattore che le aveva promesso sostegno, muore.
“Mi sembra che il mondo con il quale bramo con tutto il cuore di entrare in contatto sia costituito unicamente da uomini vecchi e malati, che potrebbero tirare le cuoia da un momento all’altro, prima che io sia abbastanza grande da destare un serio interesse”.
Ed è forse durante l’infanzia che sviluppa l’#ironia della parola, la affina nella Gioventù, grazie allo spirito libero, durante gli impieghi che si procura senza particolare interesse (L’indomani comincio il mio lavoro all’Ufficio Valute, e Hitler invade l’Austria).
La utilizza parlando dei suoi matrimoni, dei mariti, anche della Dipendenza dalla petidina (finalmente felice, mentre si fa iniettare e si inietta sostanze tossiche) che la porterà alla morte, mai guarita dalla suo dolore estremo.
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E dunque rimane la questione, quando un’#autobiografia diventa letteratura e quando può essere considerata #Universale.
La trilogia è un esempio, un testo di pratica, ma il dubbio qui non può trovare soluzione.
Ho capito però che il distanziamento, la separazione dal mondo e dal fatto che si narra è fondamentale. Scrivere come se la vita che si scrive non fosse la propria, ma guardandola da lontano. Che nessun pathos deve essere descritto e che l’obiettivo non deve mai suscitare alcun pathos nel lettore. La crudezza della cronaca.
E poi la lingua piana, quasi giornalistica, ironica, tanto l’Io di cui si parla non è di chi scrive, e neppure la vita di cui si narra gli appartiene.
Come nella Trilogia, che la vita di Tolve è già quella di ognuno.
Tove Ditlevsen, Trilogia di Copenaghen, Fazi Editore, novembre 2024
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